Walter

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Non so se a proposito di Bonatti, nel racconto "Walter" su "Il nuovo che avanza" di M. Serra, il personaggio Walter fosse ispirato a lui (update: sì, era Bonatti). E' un racconto bellissimo, quello che mi restò maggiormente. Conoscevo la montagna, l'esperienza della fatica, del freddo, della sete. E poi la soddisfazione, la leggerezza, la forza vitale. Ancora oggi che sono mediamente stanziale e "familiare", quella della montagna è un'esperienza -rimasta-. Magnifico.
Di seguito: Walter da "il nuovo che avanza". Buona lettura.

"Sono arrivati a sessantaquattro, Walter: sessantaquattro tipi diversi di dentifricio. Li ho ricontati poche settimane fa in due supermercati, nel terzo non ho avuto il cuore di entrare perché ero certo di trovarne degli altri mai visti. Due anni fa, ne sono sicuro, non erano più di quaranta. Degli shampoo è meglio non parlare, ho smesso di seguirli da un pezzo, proprio come i saponi, i deodoranti e le cere da pavimento. I medici dicono che devo calmarmi, non pensarci, riposare. Ma mentre io riposo, l'industria dei dentifrici moltiplica i suoi sforzi.

Non ce la faccio più, Walter: vienimi a prendere, portami via. Chiedevo solo che qualcuno dicesse: ecco, questo dentifricio va benissimo. Non ne servono altri, smettetela di ingegnarvi, di provare, di sperimentare. Possiamo accontentarci. Fermarci. Per come è andato il mondo, per come hanno funzionato la storia, l'economia, la chimica, è questo qui, questo qui bianco con la scatola rossa, il dentifricio migliore. Non il migliore in assoluto: perché, trattandosi di dentifricio, non è questione di cercare l'assoluto. Non servono parametri ideali, non è come dio, la religione, la giustizia, l'amore, la società. Semplicemente non è più opportuno, e nemmeno decente, chiedersi se e come e perché potrebbe esistere un dentifricio diverso. Mettiamo punto e occupiamoci di tutto il resto, dunque. Cominciamo dal dentifricio; poi, volendo, sarà il turno dello shampoo, del sapone, dei detersivi. Ma tu lo sai benissimo, Walter, che mi sarei accontentato solo del dentifricio: così, tanto per dare un segnale positivo. Sapere che figli e nipoti, sentendosi la bocca pregna dello stesso sapore che noi conosciamo, potranno avere la soddisfazione di dirsi che prima di loro almeno una delle centomila cose da decidere era stata decisa una volta per sempre. Una, una sola, almeno quella. Ho scritto decine di lettere ai giornali, non me ne hanno pubblicata neanche una.

Facciamo bloccare la produzione, dicevo al medico. Così possiamo riesaminare daccapo la situazione, valutare bene gli aromi, i prezzi, la consistenza, la giusta quantità di polvere di pomice. Se continuano a farne di nuovi, sempre diversi, con il mentolo, l'eucaliptolo, il fluoro, non arriveremo mai a liberarci del problema. Pensa allo spreco di tempo: il tempo di chi passa metà della vita a trovare formule nuove, magari un genio che spendendosi altrove avrebbe trovato risposte a questioni più gravi; il tempo, moltiplicato per milioni di persone, di me che trascorro confuso davanti agli scaffali, cercando vanamente di decidere quale acquistare, quale usare, e non si riesce a chiuderla, chiuderla una volta per tutte, questa inutile e maledetta partita. Io non ho più tempo Walter, non ho più vent'anni. E i medici mi fanno dormire quasi tutto il giorno. Chissà se riuscirò a rivederti presto. Almeno tu non mi hai mai detto: non si può fermare il progresso. Non volevo fermarlo, so bene che tutto si sfalda e si ricompone. Volevo soltanto capirlo, essere sopra l'onda come a cavallo di un surf, non sotto, sommerso, travolto, annegato.

E che accidenti di storia, che più si va avanti e meno si sa, meno si decide. Lei mi deve spiegare, dicevo al vigilante che mi aveva bloccato le mani e mi faceva anche male, deve spiegarmi con quale faccia potrò comunicare a mio figlio che in tutta una vita non sono stato capace di sapere quale dentifricio scegliere. Lei, caro signore, che passa le sue giornate controllando gli scaffali di questo schifoso emporio, ha il diritto di arrestarmi solo se mi saprà dire quale di questi dannati tubetti che ho buttato per terra è il vero dentifricio, e quali le imitazioni, i doppioni, gli inutili truffaldini dentifrici fasulli. No, non mi dica che dipende dai gusti. Perché i gusti sono una cosa importante, un soldo da spendere in ben altre occasioni, il gusto di scegliere dove abitare, che lavoro fare, con chi fare l'amore. Voi mi rubate un pezzo dei miei gusti per questi stronzi tubetti, e nello scaffale appresso un altro pezzo di gusto, del mio gusto, dovrò dilapidarlo per i tonni in scatola, con l'olio, senza olio, verdi, gialli, teneri, tosti, aromatizzati, ma come vi permettete?

Mi tolga le sue maledette mani di dosso e usi le parole e il cervello e mi spieghi che cosa devo comprare e che cosa lasciare qui a marcire. Sono anche finito sul giornale, tra le anime bizzarre, insieme a quello che schiaffeggia i preti e a quello che decapita le dalie e i crisantemi al cimitero. Ma non riesco proprio a venirne fuori. Passavi a prendermi prestissimo di mattina, Walter, e avevi la Citroën. Abbiamo sempre avuto Citroën, tu ed io: almeno sulle automobili avevamo deciso, e mica solo su quelle. Il notiziario del mattino in autostrada, i giornali da leggere, il caffè, la prima sigaretta che scivolava via nell'aria fresca, come la nebbia che sfilava ai fianchi della macchina. Il sonno se ne andava poco a poco, delicatamente, come una malattia discreta che ci restituiva alla salute della veglia proprio quando si arrivava sotto alle montagne. Svegli come animali e puliti come sassi, davanti alla montagna che trasudava luce, e appena in tempo gli occhi si erano liberati dalla secchezza irritabile del prematuro risveglio: pronti a guardare tutto quello che c'era da guardare. Il corpo funzionava con armoniosa docilità, prima piano e poi forte, lubrificandosi passo dopo passo, ribilanciandosi secondo la pendenza: fino alla roccia viva, che schizzava m alto come una corona d'avorio dalle gengive della terra.

Netta e tagliente la parete contro il cielo e fredda sotto le mani. Passando un crinale, una volta, sotto di noi vedemmo un gregge di pecore contro il sole declinante del pomeriggio, e nello stesso tempo ci arrivò addosso un odore potente e preciso di bestia e di formaggio. Restammo silenziosi ad osservarle. Non vorrei aver fatto altro, adesso, per tutta la mia vita, che guardare le pecore contro il sole, in quella luce pagana, in quel tempo immobile di cui eravamo parte, smemorati di tutto, dell'ufficio e della città, del denaro, di ogni fatica che non fosse quella fisica. Sei stato tu, Walter, ad insegnarmi a guardare e basta. (Fino a riempire tutto lo sguardo, dall'altissimo azzurro del cielo al margine preciso della catena di monti ai prati e alle foreste sotto, ai fiori in primo piano che visti da terra si stagliavano nelle nuvole, al volo degli uccelli distanti e dei calabroni a noi prossimi.) Camminare per guardare, respirare per guardare, pronunciare le pochissime frasi che illustravano le cose da vedere.

Guarda, Walter, forse viene brutto tempo. Guarda com'è viola quell'ardesia. Guarda i pini. Guarda laggiù. Da bambino mi sdraiavo in un bei prato e spalancavo gli occhi al cielo. Per minuti lunghi come ore lasciavo che la luce mi riempisse come l'acqua una pozza, fino a svuotarmi di qualunque altro pensiero. Ancorato alla terra e con le mani aperte a sentire l'erba sulle palme e il sole sul dorso abbronzato delle dita, quasi levitavo nel vertiginoso spazio. Avevo solo sette o otto anni quando percepii con indicibile precisione, sotto di me sdraiato, la rotazione della terra e insieme la corsa del pianeta dentro l'universo vuoto. Sentii che il mio corpo partecipava alla corsa, come le polene sulla prua delle navi, ma non avevo paura. E invece, Walter, guarda come mi sono ridotto.

Cominciai a stare male già quando ti frequentavo ancora. Riuscivo a stento a considerare normale il ritorno, le abitudini, la città. Poi, non ricordo bene quando, cominciarono a non tornarmi i conti. Ti dicevo: ci sono troppe automobili, troppe case, troppi canali televisivi, troppe radio, troppi giornali, troppi garage, troppi appuntamenti, troppe assicurazioni, troppe agenzie di pompe funebri, troppi ristoranti cinesi, troppi frigoriferi, troppe qualità di pizza e di gelato. Tu dimmi una cosa qualunque, e io ti dimostrerò che ce n'è troppa. E in questo troppo non riesco più a scegliere, nemmeno più a guardare. Qualunque cosa vedessi, pensavo che se ne stesse fabbricando una migliore o peggiore o diversa. Era il periodo che compravo tutto, facendo debiti, rovistando nei negozi. Leggevo le pagine gialle come si legge la carta geografica, cercando un orientamento anche vago, un criterio del quale innamorarmi, grazie al quale guarire. Ma poi scoprivo che in città c'erano più di seicento drogherie e mi dannavo: in quale andare? Riuscirò mai a trovare la migliore? Eppure, Walter, anche quando eravamo in montagna insieme c'erano infinite cose. Questa è la nigritella, mi mostravi, che sa di vaniglia e cresce solo nei prati alti e grassi. Questa è la genziana e questa la genzianella e sono blu diversi, appena più tenue il secondo, profondissimo il primo, ma se davvero cerchi il blu essenziale, quello che a volte riesci appena a intuire in cima all'atmosfera, dietro il riverbero estivo, devi andare lungo i torrenti e cercare l'aconito. I fiori sono centinaia di migliaia, ma non sono troppi: perché non cambiano. Ognuno è quel fiore, da centomila anni. Cento generazioni fa si raccoglievano le stesse genzianelle, ci si perdeva nello stesso blu. Né il corso dell'evoluzione, che ci scavalca di lunghi millenni, come gli stivali di dio, può minimamente confondere l'ordine del nostro presente, uguale, in natura, dalla preistoria a noi. Il tempo di produzione delle specie botaniche è, per noi, insondabile: non ci riguarda. Lo scaffale è sempre uguale: non come per i dentifrici, che appena mi riusciva di chiudere il cerchio e di conoscerli tutti, ne inventavano dei nuovi. Perché, ti chiesi l'ultima volta che ci siamo visti, decine di uomini hanno speso la vita per catalogare i fiori, ed io sono l'unico che si affanna a catalogare i dentifrici?

Ora mi dicono: perché sono pazzo, e come un pazzo rimasi per ore ad osservare la confezione-famiglia di un dentifricio a strisce bianche e rosse sperando di assorbirne per sempre l'essenza e liberarmi da questa dannazione. Gli psicofarmaci mi fanno dormire, ma dicono che difficilmente guarirò. Tu sarai, probabilmente, nel bel mezzo dello Hielo Continental, il deserto di ghiaccio che porta a l'appendice del Sud America, infiammata da millenni di vento e battuta dalla furia concentrica di ben due oceani. Me l'avevi detto: ci andrò. Vorrei essere con te per sapere se è vero che il ghiaccio di quelle latitudini è più verde e più freddo del nostro. Vorrei incontrare anch'io, quando si torna più a nord, quell'eccellente guardatore che è il leone di montagna, capace di osservare per un lungo minuto l'alpinista che lo incrocia, e capire se sono capace di guardarlo più a lungo di quanto lui sappia fare. Fammi vedere, Walter, le cose che non sono ancora state disordinate dall'uomo, che non si aggiungono inutili e volgari a ciò che già esiste. Niente deve essere aggiunto, capisci? Altrimenti non avremo mai tempo di osservare tutto per bene, e conoscerlo fino all'appagamento, fino alla calma; Ho impiegato diverse stagioni per imparare a distinguere il profumo più dolce del prugnolo da quello acre del prataiolo, che odora d'inchiostro: poi quelle settimane atroci, inutili, annusando dentifrici, mi hanno fatto dimenticare tutto, e dimenticare da tutti. Ho dimenticato quasi tutto della mia vita da sano.

Vagamente, quando sonnecchio intontito, dai tarmaci e dalla follia, mi attraversa la mente, come una breve dolorosa scarica, l'odore della lana di quelle pecore, oppure la strana sensazione di non pungersi stringendo nella mano i ciuffi del larice giovane. E altre schegge porto confitte nel cervello, più che ricordi sono scheletri di ricordi morti, dimenticati, dilavati dalla forza della malattia e degli anni. Non sono vecchio, non sono poi così vecchio: ma mentre tutti si sono abituati a tutto, io non sono riuscito ad abituarmi. Solo io non ci sono riuscito, Walter, e mi sento sepolto dalle cose, da quelle stesse cose che prima erano così familiari ai miei sensi, come se piano piano mi seppellisse una neve interminabile. Ma non è neve, sono i dentifrici, una frana di dentifrici che non sarò mai capace di riconoscere, mai più. Ossessiono l'infermiere con la maniglia, adesso. Da qualche settimana mi è sembrato, fissandola dal letto, di avere capito bene la maniglia della stanza. Chiedo all'infermiere come sono le altre maniglie dell'ospedale, se hanno la stessa forma, se qualcuno ha in mente di sostituirle e perché, se a casa sua le maniglie sono d'ottone, di legno smaltato o di plastica, e di che colore. Mi sono attaccato a questa maniglia come all'unica possibilità rimasta. Coricato su un fianco, nella penombra che a malapena mi riporta a certe vecchie stanze dell'infanzia, la guardo con gli occhi bene aperti. Sento il mio respiro, il battito del cuore, nient'altro; e resto appeso al filo invisibile che unisce la maniglia al mio sguardo, una breve retta di tre metri che ho mandato ormai a memoria, tanto che, nel buio notturno, mi basta girare il capo nella direzione giusta per immaginarla con meravigliosa precisione, tutte le macchioline al loro posto, la patina scura sull'ottone, una vite di sopra e una di sotto.

Un giorno la vedrò muoversi ad un orario insolito, e finalmente la porta si aprirà e tu mi dirai: vestiti che andiamo. Preferirei ottobre, è ancora bello ma non si fatica troppo a camminare, soprattutto uno come me che è molto debole. Prima attraverso il bosco, poi su per il ghiaione, completamente presi dalla grande assenza di tutto il resto. Sotto la cresta ci sono pochi cembri, allargati e quatti per resistere al vento e al gelo dei duemila metri. Mi siederò tra le pietre e non dirò niente, prometto. Il tempo di riprendere respiro, mangiare due quadretti di cioccolata, sentirla sciogliere contro il palato. Inutile, a quest'ora, preoccuparsi di arrivare in vetta. Tra un attimo si scende. Adesso vorrei soltanto rimanermene tranquillo e guardarmi intorno, tutto intorno a me, da quella cima laggiù, ancora immersa nel sole, e noi due uomini al riparo di una cresta."

Written by Mauro Biani

settembre 14th, 2011 at 10:20 pm

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  1. Ho letto tutto d'un fiato questo articolo come avevo letto d'un fiato, nel lontano 1961 (sic) "le mie Montagne" di Walter Bonatti, che mi aprì le porte all'alpinismo di scoperta! Per lunghi anni Walter è stato il mio eroe segreto, intimo, che però sapeva trasformarsi in urlo quando m'infilavo gli scarponi ai piedi!  Poi si è fatto dimenticare, si è eclissato dopo aver camminato tanto per questo pazzo e meraviglioso mondo ma è sempre rimasto nei miei pensieri e nelle mie letture di montagna! la sua morte mi ha colpito e stupito perché lo ritenevo immortale e forse lo è perché la sua forza si è trasferita in molti di noi, soprattutto in quelli che amano l'alto cielo!
    A te, Mauro, dico grazie per aver postato questo articolo che non conoscevo e del quale, anch'io, molto modestamente mi riconosco.
    Ciaoooo
    Francesco Delfino Tortolone.

    utente anonimo

    15 Set 11 at 21:45

  2. Ciao Francesco,
    grazie del commento. Il racconto "Walter" è di Michele Serra tratto dal suo libro "Il nuovo che avanza" del 1991. Ieri l'ho ricordato e ho poi saputo che sì, in effetti il personaggio di Walter del pezzo era proprio ispirato a Bonatti.
    Un saluto
    M.

    broiolo

    15 Set 11 at 21:56

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