Gianni Rodari. Voci di notte

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Gianni Rodari. Pilastro della mia infanzia, da grande lo riscopro, lo cito, lo divulgo. E lo consiglio a tutti, in questi tempi in cui non si parla più di fantasia al potere, dove la paura e  l’infantilismo serioso dei soloni guerrafondai, sostituiscono la semplice serietà del gioco dello stare insieme. Favole e filastrocche che rompono schemi, come solo un bimbo sa fare, ma aggiungono spesso con stupìta e stupenda leggerezza una morale di convivenza, di relazione, di attenzione agli altri, al mondo, sempre più prossimo alla porta di casa.
(l’immagine è un particolare di un murales realizzato da me per la casetta A4. Cliccaci sopra per ingrandirla.)

Voci di notte Di Gianni Rodari. Tratto da: Tante storie per giocare, Editori Riuniti, Roma, 1982
Se avete in mente la vecchia fiaba della principessa che non riusciva a dormire perché c’era un pisello sotto l’ultimo materasso della montagna di materassi su cui si era sdraiata, vi riuscirà più chiara la storia di questo vecchio signore. Un vecchio signore molto buono, più buono di un vecchio signore qualunque. Una sera, mentre già si trova a letto e sta per spegnere la luce, egli sente qualcosa, sente una voce che piange… Strano, – dice – mi sembra di sentire… Che ci sia qualcuno in casa? Il vecchio signore si alza, indossa una vestaglia, fa il giro del piccolo appartamento in cui vive tutto solo, accende le luci, guarda dappertutto… – No, non c’è proprio nessuno. Sarà dai vicini.- Il vecchio signore torna a letto, ma dopo un po’ sente di nuovo quella voce, una voce che piange. – Mi pare – dice – che venga dalla strada. Sicuro, c’è qualcuno che piange, laggiù… Eh, bisogna che vada a vedere. Il vecchio signore si rialza, si copre alla meglio, perché la notte è fredda, scende in istrada. – Toh, pareva che fosse qui, invece non c’è nessuno. Sarà nella strada accanto.- Guidato dalla voce che piange il vecchio signore va e va, da una strada all’altra, da una piazza all’altra, gira tutta la città e giunto alle ultime case dell’ultima strada, sotto un portone, trova un vecchietto che si lamenta debolmente. Che fate qui? Vi sentite male? Il vecchietto è sdraiato su pochi stracci. A sentirsi chiamare sì spaventa: Eh? Chi è?… Ho capito. Il padrone di casa… Me ne vado, me ne vado subito. – E dove volete andare? – Dove? Non lo so, dove. Non ho casa, non ho nessuno. Mi ero riparato qui… Fa freddo, stanotte. Dovreste provare a dormire su una panca, ai giardinetti, coperto da un paio di giornali. C’è da non svegliarsi più. Be’, ma a voi che cosa ve ne importa? Me ne’ vado, me ne vado… – No, sentite, aspettate… Io non sono il padrone di casa. – E allora che cosa volete? Un po’ di posto? Accomodatevi. Coperte non ce ne sono, ma posto ce n’è anche per due… – Volevo dire… A casa mia, se credete, fa un po’ più caldo. Ho un divano… – Un divano? Al caldo? – Su, venite, venite. E sapete che cosa faremo? Prima di andare a dormire ci faremo una buona tazza di latte… Vanno a casa insieme, il vecchio signore e il vecchietto senza casa. Il giorno dopo il vecchio signore accompagna il vecchietto all’ospedale, perché a dormire ai giardinetti e sotto i portoni si è buscato una brutta bronchite. Poi rientra, è già sera. Il vecchio signore sta per coricarsi, ma di nuovo sente una voce che piange… – Ecco, un’altra volta, – dice. E’ inutile che guardi in casa, so bene che non c’è nessuno. E inutile anche che provi a dormire; con quella voce nelle orecchie non ci riuscirei di certo. Su, andiamo un po’ a vedere. Come la sera prima il vecchio signore esce e va, e va, guidato dalla voce che piange e che sembra venire, stavolta, di molto lontano. Va, e va, attraversa tutta la città. Cammina e cammina, e gli succede qualcosa di strano, perché si trova a camminare in una città che non è la sua, e poi in un’altra ancora. Va e va, sempre più lontano. Attraversa tutta la regione. Arriva in un paesino in cima alla montagna. Qui c’è una povera donna che piange perché ha un bambino malato, e nessuno che vada per lei dal medico. – Non posso lasciare il bambino solo, non posso portarlo fuori con questa neve… C’è anche la neve, tutt’intorno. La notte sembra un deserto bianco. – Su, su, – dice il vecchio signore, – spiegatemi dove abita il medico, andrò a cercarlo, ve lo porterò io stesso. Intanto, a quel bambino, bagnategli un po’ la fronte con una pezza umida, lo rinfrescherà, forse potrà riposare. Il vecchio signore fa tutto quello che deve fare. Ed eccolo di nuovo nella sua stanza. E già la sera dopo. E come al solito, mentre sta per addormentarsi, una voce entra nel suo sonno, una voce che piange e sembra 1ì, presso il cuscino. Di lasciarla piangere non se ne parla. Il vecchio signore, con un sospiro, si riveste, esce di casa, e va, e va. E gli succede la solita cosa strana, molto strana. Perché stavolta attraversa tutta l’Italia, attraversa anche il mare, e si trova in un paese dove c’è la guerra, e c’è una famiglia che ha avuto la casa distrutta da una bomba, e si dispera. – Coraggio, coraggio, – dice il vecchio signore. E li aiuta come può. Tutto non può fare, si capisce. Ma finalmente cessano di piangere e lui può tornare a casa. Ormai è giorno fatto, non è il caso di mettersi a letto. – Stasera, – dice il vecchio signore, – andrò a riposare un po’ prima. Ma c’è sempre una voce che piange. C’è sempre qualcuno che piange, in Europa o in Africa, in Asia o in America. C’è sempre una voce che giunge di notte in casa del vecchio signore, presso il suo cuscino, e non lo lascia dormire. Notte dopo notte, sempre così. Sempre a seguire una voce lontana. Può essere dall’altra parte della terra, ma lui la sente. La sente e non riesce a dormire… Primo finale Quel vecchio signore era buono, tanto buono. Purtroppo, a non dormire mai, cominciò anche a diventare nervoso, tanto nervoso. – Potessi almeno – sospirava dormire una notte sì e una notte no. In fin dei conti al mondo non ci sono soltanto io. Possibile che nessuno senta mai quelle voci, che a nessuno venga mai in mente di alzarsi per andare a vedere. Certe sere, appena sentiva la voce, provava a resistere: – Stavolta non mi alzo, ho il raffreddore e un gran dolore di schiena, nessuno potrà rimproverarmi di essere un egoista. Ma la voce insisteva, insisteva tanto che il vecchio signore era costretto ad alzarsi. Era sempre più stanco. Sempre più nervoso. Finalmente prese l’abitudine, prima di andare a dormire, di mettersi due tappi negli orecchi. Così non sentiva le voci e si addormentava. – Lo farò solo per un po’ di tempo, – diceva, – solo per riposarmi un po’. Sarà come prendersi una piccola vacanza… – Si mise i tappi per un mese di seguito. Una sera non se li mise.- Tese l’orecchio. Non sentiva più nulla. Rimase sveglio metà della notte in ascolto: niente voci, niente pianti, solo qualche cane che abbaiava lontano. – O nessuno più piange – concluse – o io sono diventato sordo. Pazienza, meglio così. Secondo finale Per tante e tante notti, per tanti e tanti anni il vecchio signore andò avanti a quella maniera, sempre ad alzarsi, con ogni tempo, e a correre da un capo all’altro della terra per aiutare qualcuno. Dormiva qualche ora appena, dopopranzo, senza nemmeno spogliarsi, in una poltrona più vecchia di lui. I vicini si insospettirono. – Dove va, tutte le notti? – A zonzo, va. E un vagabondo, non lo avete ancora capito? – Sarà piuttosto un ladro… – Un ladro, eh? Ma certo! Ecco spiegato il mistero. – Bisognerà tenerlo d’occhio. Una notte, in quel casamento, capitò un furto. I vicini gettarono la colpa sul vecchio signore. La sua casa venne perquisita, buttata all’aria ogni cosa. Il vecchio signore protestava con tutte le sue forze: – Sono innocente! Sono innocente! – Ah, sì? E allora ci dica, dov’era la notte scorsa? – Ero… ah, ecco… ero in Argentina, un contadino non trovava più la sua mucca e… – Ma sentite che sfacciato! In Argentina! A caccia di mucche! Insomma, il vecchio signore finì in carcere. Ed era disperato perché ogni notte sentiva una voce che piangeva e non poteva uscire dalla sua cella per andare in cerca di chi aveva bisogno di lui. Terzo finale Il terzo finale, per adesso, non c’è. Potrebbe essere questo: che una notte, su tutta la terra, non c’è nemmeno un uomo che piange, nemmeno un bambino… e la notte seguente lo stesso… e così per tutte le notti. Nessuno più piange, nessuno è infelice. E questo forse un giorno sarà possibile. Il vecchio signore è troppo vecchio per vivere fino a quel giorno. Però continua ad alzarsi, perché quello che va fatto va fatto, sempre, senza mai perdere la speranza.

Written by Mauro Biani

agosto 13th, 2005 at 6:07 pm

4 Responses to 'Gianni Rodari. Voci di notte'

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  1. Non ti smentisci mai 🙂

    Sai, a volte c’è qualcuno che non concepisce la bontà, l’altruismo,la trasparenza d’animo e l’onestà ed allora li scambia per qualcos’altro…ma essere fraintesi e denigrati da gente di tal fatta vuol solo dire che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta…

    Tutto ciò mi fa pensare anche ad Enzo..ma questa è un’altra storia, forse…

    ciao

    Meri

    mericonci

    13 Ago 05 at 17:25

  2. Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare,

    preparare la tavola a Mezzogiorno.

    Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere

    sogni da sognare, orecchie per sentire.

    Ci sone cose da non fare mai, ne’ di giorno, ne’ di notte, ne’ per

    mare, ne’ per terra per esempio: la guerra.

    Gianni Rodari

    lenzuola

    14 Ago 05 at 01:25

  3. Sì lenzuola, assolutamente in cima alle filastrocche di G.R.

    Grazie, Mauro

    broiolo

    14 Ago 05 at 01:27

  4. Anche la mia infanzia è stata benedetta da Rodari, tutto Rodari.

    Cerco ancora un suo libro 8introvabile) “cipollino” che lessi e rilessi.

    Intanto lenzuola m’ha anticipato la filastrocca prediletta. Ne lascio un’altra, come un semino a germogliare, ciau.

    “Dopo la pioggia

    Dopo la pioggia viene il sereno,

    brilla in cielo l’arcobaleno:

    è come un ponte imbandierato

    e il sole vi passa, festeggiato.

    È bello guardare a naso in su

    le sue bandiere rosse e blu.

    Però lo si vede – questo è il male –

    soltanto dopo il temporale.

    Non sarebbe più conveniente

    il temporale non farlo per niente?

    Un arcobaleno senza tempesta,

    questa si che sarebbe una festa.

    Sarebbe una festa per tutta la terra

    fare la pace prima della guerra.”

    (Gianni Rodari)

    farolit

    16 Ago 05 at 00:50

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